
La mia valigia attende, memore del tempo che passa e che stavolta è ancora il momento. Una nuova decisione, difficile, un nuovo nodo alla gola ed un cappio intorno al cuore. Come sette mesi fa, scelgo la strada più dura per il bene di non so chi. Il mio? Non lo so. Il mio posto è accanto a te, questo lo so. Ma non posso più. E’ un nuovo addio, stavolta quello definitivo. Stanotte mentre ti accarezzavo coi pensieri ho baciato la tua fronte. “E’ ora che io vada e che ti lasci libero, stavolta per davvero”. Devo tornarmene da dove son venuto, lasciando nel viaggio di ritorno che ritorni non avrà le briciole di tutti i sogni che avevo coltivato qui. Lascio a te le mie speranze, mentre quel nodo in gola si allarga e vorrei piangere a dirotto. Ma non posso, qui devo giustificare ogni singola lacrima, ogni singolo secondo di umore grigio. Stai su, mi dicono. Che tutto passa. Ma non passeranno gli anni e non laveranno via il dolore. Non mi fermerai stavolta, il telefono non squillerà chiedendomi di restare. Io e il mio dolore sprofonderemo nei ricordi, nei chilometri dell’assenza, della distanza. Avevi ragione tu, non dovevo forzare la mano e non dovevo insistere. Hai vinto tu, seguo il mio destino ed accetto la mia sorte. Ho chiesto troppi miracoli a questo cielo che non fa crediti e non voglio sperare in un altro po’ di grazia. Ma darei tutto per poterti abbracciare un’ultima volta, per poter sentire la tua voce e vederti dormire. So già che prima di partire passerò sotto la tua finestra quando è sera, quando le luci sono spente e tu dormi. Magari mi penserai, mi vedrai là fuori nella strada nei tuoi sogni. E da lontano mi saluterai, augurandomi buona fortuna. Ma non ci sarà fortuna per me che ho il mio fardello di colpe e questo dolore che mi segue come un cane fedele. E mi commuovo, ancora, ascoltando questa canzone che sa di te, dei tuoi baci perduti e di tutte le volte che avrei voluto amarti di più. Addio, vita mia. Stammi bene.
What’s cheaper than free?
You and me
What’s better then alone?
Going home
What does money not buy?
You and I
What’s not to feel?
When love is real
What’s faster then a fast car?
A beating heart
What’s deeper then a deep well?
The love into which I fell
More important then freedom?
Being needed
More exciting then high fashion?
High passion
What’s brighter then a smile
You child, You child
What’s brighter then a smile
You child, You child
You child, You child
What’s warmer then a sun drenched land?
Your hand
Your hand
Your hand

La memoria, con sadica puntualità, mi aveva preannunciato questo giorno da settimane. Il tuo giorno, quel giorno che avevo tanto aspettato. Non riesco a dimenticare e mi arrendo alle coincidenze, ai dettagli che mi ricordano di te, della tua assenza invisibile agli altri. Ieri mi hanno detto che per un attimo mi hanno visto sorridere, mentre ricordavo qualcosa di buffo legato a te. Hai deciso di occupare in maniera ossessiva i miei pensieri e le mie giornate, pur non essendoci. Non ho tregua, dopo quasi sette mesi dal mio addio, dal mio amore stuprato e rinnegato, affogato nell’oceano delle mie paure. Ti sogno spesso, i tuoi occhi che mi fecero innamorare mi guardano severi, critici. Nei sogni non mi abbracci mai, mi parli (se parli) a distanza, dicendomi cose che non vorrei ascoltare. Ma stanotte è stato diverso. Eravamo io e te, in un viale deserto pieno di alberi. Era autunno o forse non era ancora primavera. Avevi un cappotto blu e un sorriso stanco, di chi mi ha dovuto sopportare per troppo tempo. Hai iniziato a camminare con passi lenti, precisi, mentre io mi perdevo ad osservare quelle spalle che un tempo mi stringevano almeno un po’. Ti sei voltato e mi hai guardato, chiedendomi di seguirti. Mi hai offerto il tuo braccio ed abbiamo iniziato a camminare in silenzio verso quel nulla. Io, come al solito, stavo zitto. Incapace di trovare parole adatte per quella che sentivo essere l’ultima volta che ti avrei visto. Mi hai chiesto come stavo e ti ho detto che ero stanco, sfinito. Che non avevo più energie e che avrei voluto dormire. Ti ho detto che mi mancavi, che mi mancava la tua presenza, l’aspettare di essere con te per un weekend sempre troppo breve, sperare in una vita insieme. Ti ho detto che mi mancavano i tuoi baci, le tue mani su di me, le tue carezze. Ti ho ribadito di come tutto abbia perso senso. Hai annuito, dispiaciuto. Sembrava che volessi far qualcosa ma che non ne avevi la possibilità. Poi, senza smettere di camminare, hai iniziato uno dei tuoi discorsi, di quelli che capivo sempre troppo tardi. Mi hai detto che in un’altra vita, forse, avremo modo di rincontrarci e che speravi sarebbe andata diversamente. Mi hai detto che speravi di innamorarti di me e di sconfiggere le mie paure, di rendermi felice. Mi hai detto che era ora di andare, di salutarsi per sempre. E poi sei sparito, lasciandomi a piangere in ginocchio questa vita ingiusta, questo amore folle che mi porterà alla distruzione. Mi avevano detto che il dolore si sarebbe diluito nelle pieghe dei giorni, che ogni giorno sarebbe stato un po’ meglio. Non è così per me che sento quel vuoto, quell’assenza, farsi più pesante ed insopportabile di ora in ora. Non fa per me questo posto, questa vita preconfezionata in cui son capitato non so come. Non voglio pensare al Piemonte, ai luoghi che speravo potessero essere una casa per me. Qui è tutto diverso e probabilmente ci rimarrò per poco. Mi dicono che devo rifarmi una vita, uscire, vestirmi bene, farmi notare. Mi dicono che devo dimenticare, scopare, scopare, scopare. Mi invitano a seguirli nei loro stili di vita, fatti di relazioni scoppiate e di nuovi amanti da cercare. Di giochi a tre, di locali e di preservativi. Dicono la parola “amore” troppo spesso per i miei gusti. Mi dicono che sono represso, che dovrei buttarmi nella mischia e scopare, scopare, scopare. Che scopando passa tutto. Che scopando sarò felice. Io mi spavento, che mai avrei voluto diventare così. Eppure mi dicono che è questa la realtà, che tutto gira intorno al sesso e a quanto sei scopabile. E mi spavento nel provare a pensare che hanno ragione, alle persone che mi cercano solo perché sanno che sono in un momento di crisi e che sarebbe facile farmi cadere nel loro letto. Mi spavento nel contare quelli che mi scartano dai loro giri solo perché non sono scopabile. Mi incazzo nel notare come non ci sia rispetto, come tentano di inculcarmi cose non vere sul tuo conto. Mi sento ferito a morte nel ricordare di come Roberto mi ha voltato le spalle per correre a provarci con te. Lo credevo un vero amico, una persona speciale. Gli avevo confidato quanto ti ho amato e come avessi fatto tutto quel che ho fatto per garantirti una nuova felicità, una vita serena. Eppure ci è voluto poco per scavalcarmi e correre da te. Non ho più le forze per lottare contro tutto questo, ma non voglio lasciarmi risucchiare da questa vita che non mi appartiene. Non sono mai stato come loro e non vorrò esserlo. In quel 23 agosto, quando seppellii una parte di me, giurai che avrei voluto una vita singolare. Non c’è luce oltre questo tunnel e non voglio illudermi che cercando troverò qualcosa. Non mi spetta niente e avrei tutto da conquistare. Solo che non ne ho le forze. A breve sento che la vita mi darà l’ennesimo schiaffo riportandomi da quella terra triste ed assolata da dove son partito. Tre su tre. Non ci sarà una quarta volta. Roma, Milano, Asti. E poi l’oblio. Ma ti confesso che non mi dispiacerebbe l’idea di porre fine a questo supplizio, a questo vagare senza meta. Il futuro è compromesso e mi ritrovo fermo in tangenziale a fumare e sperare che il 21 dicembre finisca tutto. So che non ce la farò a reggere ancora per molto. Sono stanco, amore mio. Stanco di lottare contro me stesso, contro i miei fantasmi e contro questa vita. Stanco di attendere il tuo ritorno che non merito e che non ci sarà. Stanco di dovermi giustificare, di dover sperare che le cose miglioreranno. Stanco di attenderti in questo letto per fare l’amore con te, stanco di disperarmi per i baci che non avrò. Stanco del terrore che provo ad immaginarmi di dover vivere una vita senza di te. Vorrei dormire, lasciami dormire. Oggi è il tuo giorno e da lontano brindo a te, al tuo futuro e alla tua felicità. Dove sei adesso? Cosa fai? Stai bene, sei felice? Non ho regali per te, se non quella foto in quel pomeriggio in cui capii che quel viaggio per me era di sola andata, quello che ci avrebbe visti ritornare come me e te, piuttosto che come noi. Zoppicavo, per le vie di Matera. Non riuscivo a tenere il passo. E ti vedevo sempre più lontano, quasi sparire all’orizzonte. Ma era giusto reclamare quella vita che ti stavo negando, quell’amore senza macchia e senza miseria. Era giusto chiedere alla vita un’altra possibilità. Io ne ho già sprecate troppe e non me la sento di prolungare il mio debito. Potessi, ti abbraccerei e ti bacerei sulla fronte, come un padre che augura al proprio figlio tutto il bene del mondo. Potessi stringerei le tue mani ancora una volta, aspettando per vederti addormentare. Potessi tornerei indietro da te per cambiare questa vita ed essere un uomo migliore. Ti prenderei per mano e ti porterei per quelle strade di campagna a sentire il profumo dei campi. Tornerei su quella terrazza di Martina dove guardammo le stelle, tornerei ad aspettare quel treno a Piacenza, a vedere i tuoi occhi meravigliati in posti che non vedremo mai. Potessi me ne andrei per sempre, cancellando questi giorni e questo dolore, questo senso di attesa per una grazia che non spetta a me. Potessi esprimere un desiderio, sceglierei quello di poter rivedere i tuoi occhi un giorno, di potermici perdere dentro senza via d’uscita. Sai, a volte mi perdo a fantasticare sulla possibilità di trasformarmi in un altro, per avere l’opportunità di conoscerti da capo e sperare che sia la volta buona. Che cosa stupida, lo so. Ma sarebbe una gioia immensa sapere di poterci sperare ancora, di potermi ritagliare un posto indelebile nel tuo cuore. Presto per te sarò solo un ricordo, una voce che non senti più, un numero cancellato. Le poche cose che hai di me saranno polvere e tornerai ad amare, ad abbracciare questa vita e le possibilità che ti offre. Presto i sensi di colpa si dissolveranno come nebbia e potrai essere felice. E’ questo che ti auguro, amore mio. Sii felice. Ho rischiato quel che avevo per te e l’ho fatto perché ne valeva la pena. Ricordatelo, val sempre la pena di innamorarsi di una persona come te. E’ per questo che invidio chi avrà quel che il destino non mi ha concesso, l’uomo che dividerà con te il resto della vita. E’ per questo che non mi do pace quando realizzo che quell’uomo non sono io e che non lo sarò mai. E’ per questo che in sette mesi non ho trovato un motivo valido per reagire. Cosa ne puoi sapere di quanto vale per me quel che ho perso? Non credo più a niente, al destino, al futuro. Sono morto tante volte nella mia vita terrena, e l’ultima è stata nel sogno di stanotte, nel tuo nuovo addio. La vita è per chi la merita, fidati. Io ho perso tutto ed ho fallito troppe volte. Auguro a te cento di questi giorni, un futuro tranquillo e pieno di sole. Ti auguro di amare, di amare follemente, di sentire quel fastidio allo stomaco che poi è il primo sintomo dell’amore. Ti auguro di amarti come ti ho amato io, di essere felice e di sorridere alla vita. Hai ancora molto da dare e vedrai che ne varrà la pena. Buon compleanno, amore mio.
Restar soli
centomila storie e la mia
Sento arrivederci e già penso “addio”
Non è così divertente
Sentirsi fuori
Fuori moda, fuori di sé
Sotto scacco degli attacchi di panico
Non è così divertente

La voce di Fabio al telefono è quella di chi non sa bene cosa dire, di chi sbuffa prima di dover fare una telefonata che proprio avrebbe potuto evitare. Dall’altra parte ci sono io e la mia domanda a bruciapelo. Fabio fino a una settimana fa era il mio capo. Perchè? Vorrebbe liquidarmi in fretta e si stupisce del mio tono calmo e tutto sommato civile. Mi conferma che per il nuovo corso formativo hanno richiamato tutti tranne me. Non sa bene le motivazioni, esclude ampiamente una bocciatura dal punto di vista professionale e valutativo. Mi preannuncia il giochetto dello scaricabarile tra l’amministrazione e l’agenzia interinale, ribadendo che nelle valutazioni a lui richieste io avevo punteggi ben superiori rispetto ad altre persone che sono lì e che da lunedì riavranno la loro routine. Un lavoro. L’unica motivazione valida, che nessuno mai mi dirà, sono i giorni di malattia. Tre per l’influenza nel freddo record di febbraio e due per quel maledetto dente. Sono a casa per un maledetto dente del cazzo che ha deciso di infiammarsi nel momento sbagliato. E vaffanculo al merito, eccoti servita la tua ricompensa. Butta pure al cesso i “mi dispiace, non ti meritavi questo” di chi ha già il culo parato, gli attestati di stima e le persone che riconoscono che la tua professionalità era superiore di molti che son stati richiamati. Il torto, paradossalmente, è mio. L’importante è capirlo, capire come funziona il meccanismo. A poco serve lavorare bene, dare tutto quel che si ha, impegnarsi per essere il migliore. Non ti serve ad un cazzo. Sei solo un numero e alla fine ti valutano non per quel che dai in più ma per quanto gli fai risparmiare. Sei un numero e puoi essere cestinato, senza spiegazioni, senza rimorsi. Capisci che la parola meritocrazia è abusata e che è ormai solo un’utopia e ti chiedi se anche tu troverai “la spinta giusta”, il benefattore che ti farà trovare un lavoro stabile fottendosene se ne sei davvero capace o meno. Questa sberla ti ha aperto gli occhi, ti ha fatto capire come gira nel mondo dei grandi. E anche se ci stai male, se senti che non è giusto, non importa a nessuno. Sei un numero e non hai una vita alle spalle. Questo è il gioco. Ti piace? Gioca. Non ti piace? Cazzi tuoi. E sorrido, amaro, pensando che poi a Milano non avevo sbagliato molto, sperando di aver rubato centesimo per centesimo quello stipendio. Sono colpevole, siamo tutti colpevoli e non faremo nulla per cambiare le cose. Mio padre l’ha detto, spegnendo sul nascere ogni fiamma di vendetta. Dal punto di vista legale, con un contratto a termine, sono inattaccabili. Non vale neanche la pena provarci. Cazzi tuoi, potevi evitare di ammalarti, coprirti, arrivare sin qui. E mi chiamano immaturo se me la prendo, se avverto un senso di ingiustizia nell’essere a casa solo perché ho dovuto tirar via un dente. Imparerò le regole di questo gioco, prima o poi. Ma non oggi che mi stavo abituando all’idea di essere speciale per qualcuno, di valere almeno un po’. E penso cose senza senso, penso che non ha tutti i torti a cantare “come Armageddon, come”. Penso che madame giustizia sia vecchia e cieca e che il requiem sia definitivo. Penso che non abbiamo speranze per cambiare se le basi son queste. Mi viene il vomito, anche se non ho nulla da rimproverarmi. Ho una nuova verità da abbracciare, anche se io mi sento diverso. Il mio dito medio è per tutti noi, per il nostro sistema malato e per i soldi che ci posseggono, per i nostri mutui e per le nostre auto, per l’incapacità di amare e di essere uomini e donne, per i nostri giochetti di responsabilità rimbalzate, per le nostre coscienze sporche e per tutte le volte che abbiamo chiuso gli occhi e scrollato le spalle. Per i tradimenti, le assenze, le dimenticanze. Per l’odio che mi riservi e per come te ne sei andato in silenzio dalla mia vita. Forse non sarebbe un male l’Armageddon, se non meritiamo perdono, se abbiamo fallito ancora e se non sappiamo neanche fornire una spiegazione. Ci sarebbe da voler morire, demotivarsi, invece no. E’ giusto pagare ed è giusto che io paghi il mio debito prima che il vuoto mi inghiotta insieme a tutti voi altri. La colpa siamo noi tutti, io per primo. E vaffanculo al merito e alla ricompensa. La mia ricompensa sarà il giorno in cui i miei occhi saranno chiusi e il mio debito azzerato. Altro che amore. Bella fregatura.

Guarda questa foto, guardane i dettagli. No, non sono io. Oppure sì. Penso che sì, presto questa sarà l’immagine più consona a me. Il ragazzo che va, il randagio della vita. Poche tracce, destinate poi a sparire. La neve, i ricordi. Questo sono io, il senza radici, il senza fissa dimora. Il vagabondare, un nuovo trasloco da fare. Eppure stavolta era diverso. L’ho fatto ancora, stavolta per sempre. La notte prima mi era sembrato bellissimo vagare per i portici del centro e nel silenzio di Corso Alfieri. C’eravamo solo io ed Asti, nessun’altro. Quasi a voler lasciarci un momento tutto per noi, gli altri erano altrove. Un nuovo addio, le mie cose nuovamente inscatolate. Si chiude così il mio sogno di poter amare solo te. Il mio sogno di starti vicino, di credere che era possibile. Si chiude quel cerchio e mi sento diverso, cambiato. Mi rifletto e, niente, qualcosa è cambiato. Ti amo ancora, lo ammetto. Con la rassegnazione e la disperazione di chi ama ogni amore impossibile. Ti ho detto addio, ogni notte, nel silenzio di quella che era casa mia. Tutto è perduto, ora. L’ultima pugnalata ha rovinato il gran finale che mi ero preparato. L’agenzia ha richiamato tutti i miei colleghi per un nuovo lavoro, tutti tranne me. Non una motivazione, non una spiegazione. Sara mi ha detto che no, il mio nome non era in lista e che - sostanzialmente - torno ad affollare le fila di “coloro che sono alla ricerca di occupazione”. Dice che hanno il mio curriculum nel loro database. E’ questo che sono? Un file in un database? Non sono forse io quello che faceva ore su ore di straordinari? Non sono io quello che ha lavorato tutti i giorni festivi? No, per voi sono un numero, una pratica. La matricola numero tot. Sento che c’è qualcosa di sbagliato, sento che ho sbagliato tutto. Ma no, non per me. Io ho dato tutto me stesso in questo lavoro, ho dato l’anima e quel che potevo. Non ho risparmiato una goccia e se guardo nello specchio non ho nessuno a cui rimproverare qualcosa. Stavolta, il torto non è mio. Non sono nè vittima nè carnefice. Sono solo io, e me ne vado solo dai vostri libri paga e dai vostri calcoli. Me ne vado a testa alta, sentendomi dire che avrei meritato quel posto per davvero, sentendomi dire che lo meritavo più di persone che alla fine son rimaste. Me ne vado felice, soddisfatto di me stesso. La mia vittoria sono le lacrime delle persone a cui mancherò, di chi mi dice che senza di me non sarà lo stesso. Per amore son venuto e per amore me ne vado. Tiro su il bavero, non è ancora primavera e forse non lo sarà mai più. Perché è questo quello che fanno gli uomini veri, vanno avanti. Non mi sentirai parlare di ingiustizie, lamentarmi. Sarò deluso per un po’, giusto il tempo di capire, di accettare. E’ questa la ricompensa di cui mi parlavi? E’ che dietro a tutto questo si nasconde qualcosa di più profondo. E’ che sono nato per gli addii, per le cose temporanee, per le certezze su basi di cristallo. Ma stavolta ho vinto io, ho morso i giorni ed il loro sapore amaro, ho amato. Ti ho amato nel silenzio di casa mia, quando mi chiedevo se stessi bene e se apprezzassi il regalo che ti ho fatto. Ho amato e ho vissuto emozioni intense, piangendo lacrime dolci e amare. Ho pianto i ricordi, la neve che si è sciolta, l’assenza, l’incertezza. Ho pianto l’amore perduto, le occasioni sprecate e il senso di addio. Stavolta sarei restato, in questa nuova piccola famiglia. Per la prima volta ho avuto un posto da voler chiamare casa e da sentire mio. E’ che, vedi, siamo tutti irrimediabilmente soli e alla fine mi convincerò che un posto vale l’altro. Vedranno nuovi giorni le mie cose, la mia valigia. E tu non ci sarai. Ed io spero di esserci. Per troppo tempo mi son nascosto, per troppo tempo son scappato. Ora no, basta così. Me ne vado portandomi dentro verità scomode ma significative. L’amore che credevo puro era avvelenato da me e dai miei guai. Non ti ho mai avuto davvero ed un giorno mi stancherò di tentare di averti. Tutto mi appare nuovo, singolare. E bevo, ora, questa birra dolce che mi scalda un po’. Al sapore di cose che sono ormai perdute, del tuo abbraccio e della tua voce che con molta fatica faccio ancora emergere dai miei ricordi. E’ questa la felicità, sapere che la felicità non esiste ma continuare a cercarla, ottusamente. Ho milioni di ricordi, qui. Ogni strada, ogni albero. Ogni giorno senza te. Avrei mille storie da raccontarti se solo tu volessi abbracciarmi. Ma è così che va questa vita, ho finito il tempo a disposizione e devo ancora partire. Stavolta, però è diverso. Lascio un vuoto enorme e lascio il sogno di un amore da poter accarezzare, da baciare e da stringere a me. E brindo al ricordo dell’ultima volta in cui facemmo l’amore, alla grazia e alla dolcezza dei tuoi occhi. Ama, innamorati, te ne prego. Non sprecare il tempo come ho fatto io, sei qui ora e hai l’obbligo morale di rendere le cose migliori. Lei ha pianto quando le ho consegnato la medaglietta che ho appeso al collo due giorni dopo che decisi di donarti la libertà. “V.V.V.V.V.” Vi Veri Veniversum Vivus Vici. Dice che le mancherò, che non è giusto. Ho pianto anche io, ieri, mentre la mia macchina scivolava pigra sull’autostrada, sfiorando con la vista i luoghi che ci hanno visto essere noi. Ti ho salutato, con la mano, mentre passavo a pochi chilometri da casa tua. E’ ora di svegliarsi. Ma non ho rimpianti. Sono sempre stato lucido nella mia follia. Ho rischiato per amore e ho perso. Ora ne pago le conseguenze con un nuovo addio. Abbraccio questo dolore che lo so, mi tornerà utile un giorno. Lo stringo a me come l’ultima cosa rimasta, l’ultima speranza per crescere. Non c’è giustizia a questo mondo o faccio sogni troppo grandi? Ricordati di me, se puoi. Almeno per un po’.
Era nell’aria da tempo. Presto ti dimenticherai davvero di me. Mi spiace.
Grazie. Vi.

Lei: Ciao, Vincenzo.. Sono Sara di Manpower.. come va?
Io: Ciao, Sara. Va bene, grazie. Te?
Lei: Bene, grazie.. Ascolta.. Forse i tuoi colleghi ti avran già detto..
Io: Sì, lo so.
Lei: Devo comunicarti che il contratto finisce domani e non ci saranno ulteriori proroghe. Ricordati di lasciare il badge in operativo prima di andartene.
Io: Okay, grazie Sara.
Lei: Comunque rimani iscritto nelle nostre liste e magari un giorno avremo altro da proporti.
Io: No, non lo farete. Ciao, Sara.
Lei: Ciao, Vincenzo.
La sua cravatta ed il suo sguardo vitreo, pieno di sorrisi di circostanza, arrivano in sala operativa e tutti si voltano. Ha un viso che non mi piace, di chi deve rassicurare a tutti i costi gente che spera. Non mi ha mai ispirato fiducia col suo buonismo che è superficialità, di chi ti parla e ti rassicura perché non vuole che tu gli crei problemi, perché è costretto a farlo. E’ il capo del personale, quello che gestisce tutti i numeri. Chiama i “vecchi” a raccolta, tutti allarmati dalla comunicazioni in bacheca, tutti con la stessa domanda in testa: “Io da che parte sto? Son salvo a sto giro o no?” Il comunicato affisso in bacheca parla chiaro. 27 interinali non rinnovati in Vodafone. Chiama gli altri a raccolta e guarda di sottecchi noi, che nessuno si azzardi ad avere pretese. “Voi che siete entrati in operativo da tre mesi, non vi abbiamo considerati a prescindere, poiché non possiamo mettervi da nessuna parte” avrebbe detto questa mattina ad una mia collega. Qualcuno ci ha messo in testa, forse, che non eravamo dei tappabuchi chiamati solo ed esclusivamente a gestire i picchi di chiamate del periodo festivo. Numeri, persone che in un mese hanno accumulato come il sottoscritto oltre 30 ore di straordinario sperando bastasse a dimostrare che a questo lavoro ci tenevo e che speravo di aver dimostrato il mio valore. Io ce l’ho messa davvero tutta, a sto giro. Non potevo risparmiarmi e non l’ho fatto, accettando levatacce e orari assurdi, pur di poterci sperare. Ho lavorato tutti i festivi, passandoli da solo come un cane sperando che potesse essere un sacrificio necessario a meritarmi un minimo di pace. E invece no, nonostante tutti i loro slogan e le loro proclami siamo solo dei numeri, matricole, pezzi. Oggi servi e domani sai già dov’è la porta. Domani sarà l’ultimo giorno di lavoro e, onestamente, sono deluso. Deluso da questa vita, dall’ennesima porta in faccia ricevuta. Dall’ennesima aspettativa delusa. Ho pensato, sbagliando, che bastava mettercela tutta per meritarmi di restare. E invece no, scoprire che il mio, il nostro, era un sacrificio preannunciato, fa male. E’ l’ennesima pugnalata alle spalle e l’ennesimo drink al fiele. Se solo ripenso ai sacrifici fatti, alla voglia e all’entusiasmo mi viene da piangere. E non ho nessuno con cui prendermela. E’ così che funziona, se vuoi lavorare. Ti chiamano interinale, non lavoratore. Sei un prodotto a scadenza, quasi come se ti porti tutto il marcio dentro e se fossi destinato ad esplodere a comando. Ce l’ho messa tutta e non posso che essere fiero di me. Lascio questa azienda a testa alta, sapendo che più di così non potevo dare, che ci ho messo cuore, energie e pezzi di vita. Sei cibo per i sindacati, massa da macello, poltiglia informe. Sei affamato come tutti e li lasci passeggiare per forza di cose sulla tua dignità. Sei una pedina di scambio, lavori in un’azienda e rispondi a nome di una multinazionale, ma sei pagato dalla tua agenzia del lavoro. Sei una cosa in prestito, fin quando servi. Sei, appunto, un numero. E chi se ne fotte se dietro alle ore che hai da fare hai una vita da mandare avanti. Sei lì perché sei già abbastanza fortunato ad esserlo. Il lavoro è un privilegio, non un diritto. E’ questo che ti insegnano, nei loro silenzi. E devi stare in silenzio, non avere pretese e togliere il disturbo in maniera dignitosa. Non puoi permetterti il lusso di stare male, non hai altra scelta se non quella di recitare la tua parte fino alla fine finché non tranceranno i fili che ti reggono in piedi e sarai solo col tuo destino. Ritornerai alla tua vita, alle giornate che ora non sai come impiegare, agli annunci di lavoro e alle aziende che ti vogliono schiavizzare e che scrutano il tuo curriculum pensando se davvero meriti i pochi soldi che ti offrono. E poi, cosa ti rimane? Niente, una nuova ricerca, nuovi problemi e nuove sfide. Ancora una volta, solo con la tua strada e le tue incertezze. I politici l’han detto: il posto fisso è noioso e che tutti dovremmo abituarci alle incertezze. Che, di per sè, è un paradosso. Oggi sono qui e speravo di restarci. Speravo di aver trovato una casa ma so che presto dovrò riprendere la mia valigia. Un nuovo trasloco, chissà dove stavolta. Forse farei bene ad accettare il tuo consiglio ed andarmene, stavolta per sempre. Metterò le mie poche cose in valigia ed i ricordi che ho di te e me ne andrò da solo, nel silenzio. Dirò addio a questo sogno ed accetterò la realtà, come fanno gli uomini. Pazienza, non era destino essere qui e questa crisi sta mangiandosi quel poco di bene che mi rimane. Ma va bene così, sto vivendo molto di più ora che prima. Sto imparando molto, e non posso che esserne grato. E non è una coincidenza averti sognato stanotte, sognare che eri lì e non mi abbracciavi, che ridevi in faccia ai miei problemi e alla mia vita imperfetta dall’alto della tua facilità e della tua ritrovata felicità. Eri felice e mi odiavi. Eri bellissimo come sempre e non c’erano perdoni che potessi meritare. Mi indicavi la tua strada, piena di sole, finalmente. E poi te ne sei andato, come quel giorno alla stazione, lasciandomi solo col ricordo delle cose che ho ancora da conquistare. Ti ringrazio, per tutto questo. E già so che starai meglio quando non correrai il rischio di incontrarmi, quando sarò a chilometri di distanza anche fisicamente. E’ l’ennesimo febbraio che se ne va e con esso anche io. Ma avrò ricordi stupendi da cullare quando sarò lontano, ricordi di te, dei miei giorni da solo in questa casa, degli abbracci che mi mancano e di chi non rivedrò. Mi verrà da piangere domani, anche se non voglio. Mi mancherete tutti, i vostri sorrisi e le pause insieme fuori a fumare al freddo. Sarà l’ultimo giorno che vi vedo tutti, tutti insieme. Sarà l’ennesimo addio, l’ennesima constatazione che il mio destino è dire addio. E rimane l’amaro in bocca per essermi nuovamente affezionato a persone, cose, posti che dovranno rimanere ricordi per lungo tempo, finché avrò nuovi ricordi da dover cullare. Oggi, mentre fumavo, c’era un tramonto stupendo, di quelli che ti fanno voltare indietro e ti fanno vedere la strada che hai fatto sin qui. Quanti sbagli, quante lacrime. Volevo piangere, ma non potevo. Non so neanche se gli interinali possono piangere. Se danno fastidio. Tenetevi le vostre certezze, tenetevi i vostri posti fissi ed i vostri mutui da pagare. Me ne vado, ancora una volta. Ancora da solo. Mi mancherete, mi mancherai amore mio. Pago il prezzo di questo grande sogno e tolgo il disturbo. E’ stato bello credere che questa potesse essere anche casa mia. Ma io una casa non ce l’ho e forse non ce l’avrò mai. Sono l’appendice della mia valigia sempre pronta a cambiare prospettiva. Ed è triste partire sapendo che stavolta avrei voluto restare. Ma questa e la vita e non posso che accettarla. Peccato, è stato bellissimo vivere qui, vivere dei tuoi sogni e dei tuoi ricordi. Grazie.